VILLA PLINIA E IL SUO CAPPELLANO

A cura di suor Sonia Rusconi

Don Angelo Rota nacque ad Almenno San Salvatore (BG) nel 1915. A causa della sua salute fragile non poté svolgere un ministero parrocchiale lungo e continuativo: fu coadiutore a San Gallo dal 1938 al 1941 e a Sombreno dal 1941 al 1945. Proprio nel 1945 venne nominato cappellano del noviziato delle Suore delle Poverelle a Villa Plinia.

Grazie alla sua profonda competenza in ambito storico e artistico, nel 1958 fu chiamato in Curia Vescovile come addetto all’Archivio e come membro della Commissione Diocesana d’Arte Sacra. Rimase cappellano di Villa Plinia per ben 37 anni e per 25 anni seguì le Novizie, offrendo incontri di formazione sul catechismo, confessioni e predicazioni festive a sostegno di diverse parrocchie. Al lavoro archivistico e di ricerca affiancò sempre una forte attenzione verso le missioni.

Chi l’ha conosciuto lo ricorda come un uomo umile, sereno, profondamente raccolto nella preghiera e intimamente unito a Gesù, a Maria e ai santi, nello spirito di Fatima. Colpito da una malattia inguaribile, offrì la sua sofferenza per un confratello attraversato da un momento difficile. Dio – così molti hanno interpretato – accolse quel gesto d’amore, chiamandolo a sé il 27 novembre 1982, ai Primi Vespri d’Avvento.

La notizia della sua morte suscitò una grande commozione. Nella sua casa natale, ad Almenno, iniziò a radunarsi una folla numerosa e in poco tempo si diffuse la voce: “È morto un santo!”. Il 30 novembre, durante i funerali, la chiesa parrocchiale non riuscì a contenere le migliaia di persone arrivate da tutta la diocesi. Circa sessanta concelebranti testimoniarono la statura spirituale di don Angelo. La bara, semplice e povera, priva di fiori e luci, invitava tutti al silenzio e alla preghiera.

Un ricordo particolare arriva da una Suora delle Poverelle che, il 23 febbraio 1983, raccontò di aver sognato don Angelo su una collina, davanti a un bivio. Nel sogno lui le parlò con serenità:

“Ho sempre insegnato che si entra in Paradiso grazie ai meriti che guadagniamo sulla terra. Dio mi ha perdonato perché l’ho creduto in buona fede. Ora però comprendo che si entra in Paradiso nella misura in cui ci riconosciamo poveri e scopriamo l’amore di Dio nella nostra vita”.

La suora gli chiese di mettere per iscritto quelle parole, temendo di dimenticarle. In quel momento lui iniziò a scrivere, ma lei si svegliò. Nonostante ciò, ricordò perfettamente ogni frase.

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