UN SECOLO DI PRESENZA SILENZIOSA

Suor Margherita Gamba

Le Suore delle Poverelle nel carcere di Bergamo

Nel cuore del carcere di Bergamo si custodisce una storia poco visibile, ma profondamente significativa: quella delle Suore delle Poverelle, presenti ormai da un secolo accanto alle detenute. Una presenza discreta e costante, fatta di ascolto, cura e condivisione della quotidianità, che affonda le sue radici nel carisma di san Luigi Palazzolo.

Le origini

Già nel 1876 il Palazzolo aveva risposto a una richiesta di aiuto per il carcere, dove si cercavano suore per assistere le detenute e lavorare nel laboratorio di filatura della seta. Quel progetto non si realizzò allora, ma il bisogno rimase. Fu solo cinquanta anni dopo, il 28 ottobre 1926, che le Suore delle Poverelle entrarono nel carcere giudiziario di Bergamo, dando inizio a una presenza destinata a durare nel tempo.

Le testimonianze raccolte negli anni restituiscono l’immagine di religiose capaci di farsi prossime a tutti: detenute e agenti ricordano il loro impegno instancabile e la bontà con cui cercavano di portare sollievo in un contesto difficile. Durante la Seconda guerra mondiale, la situazione nelle carceri era drammatica: miseria, sovraffollamento, mancanza di igiene. Le suore si adoperavano per ottenere cibo, vestiti e cure, spesso mendicando aiuti all’esterno per sostenere le persone più fragili.

Accanto all’assistenza materiale, si sviluppò presto una dimensione educativa. Le detenute imparavano a cucire, lavorare a maglia e realizzare manufatti, fino a organizzare mostre e ricevere ordinazioni. Queste attività offrivano non solo un piccolo guadagno, ma anche dignità e speranza. Nel 1966, per il quarantennale della loro presenza, all’Istituto fu conferito un diploma di benemerenza per l’opera svolta.

Le testimonianze e la vita vissuta

Numerose sono anche le testimonianze dirette delle detenute. Tra queste, una lettera del 1968 racconta la gratitudine di una donna che, tornata alla vita familiare, riconosce nelle suore un punto di riferimento decisivo per la sua rinascita personale e spirituale.

Avrei tante cose da dirvi, ma non so da che parte cominciare tanta è la gioia che provo di essere tornata a casa con mio marito e mio figlio. Davide continua a dire tutto il giorno: la mamma è mia, non va più via, è mia, è mia. Mio marito mi circonda di tanto affetto, è molto premuroso, non vuole sentire niente del fatto, dice è stato un brutto sogno; noi ora siamo felici, basta così… Mio marito mi dice spesso: le tue suore ti hanno voluto tanto bene, e ti hanno insegnato cose che da altre persone non avresti mai potuto imparare. Ora termino ringraziandovi di tutto cuore, pregate per me, che Dio mi aiuti ad essere una vera e buona moglie e madre. Io vi prometto che starò più vicina al Signore, i miei guai sono cominciati proprio quando mi sono allontanata da Lui. Vi ricorderò sempre e specialmente nelle preghiere che recito tutte le sere con mio marito e Davide.

Segni concreti di un accompagnamento che va oltre il tempo della detenzione.

Continuità nel cambiamento

Fino al 1977 le suore operarono nel carcere di Sant’Agata in Città Alta; con l’apertura della nuova casa circondariale di via Gleno, si trasferirono al suo interno, continuando a vivere accanto alle detenute. L’esperienza bergamasca rappresenta un caso singolare in Italia: una presenza stabile e residenziale “dentro le mura”, dove le religiose condividono lavoro, preghiera e vita quotidiana.

Con la riforma penitenziaria del 1993, che ridefinì i ruoli del personale, anche la loro missione assunse forme nuove. Pur rimanendo all’interno della struttura, le suore hanno progressivamente privilegiato la dimensione educativa e relazionale: sostegno umano, accompagnamento spirituale, assistenza infermieristica e collaborazione con operatori e volontari.

L’oggi: servizi e quotidianità

Oggi la loro presenza si esprime in molti ambiti concreti. Lavorano nella lavanderia del carcere, un servizio essenziale per centinaia di detenuti, e sono accanto alla sezione femminile, composta da circa quaranta donne. Il primo incontro con chi entra in carcere per la prima volta è spesso decisivo: spaesamento, paura e solitudine rendono fondamentali parole semplici e gesti di accoglienza.

La giornata è scandita anche da momenti di preghiera e condivisione: nella piccola cappella, ogni sera, le detenute possono ritrovarsi per ascoltare il Vangelo. In un contesto oggi più complesso, segnato da fragilità psichiche, dipendenze, multiculturalità e nuove forme di disagio, le suore cercano soprattutto di “fare famiglia”, creando relazioni di fiducia e restituendo dignità alle persone.

Il loro servizio prende forma a partire dalle parole del Fondatore: «Io cerco e raccolgo il rifiuto di tutti gli altri…». Un orientamento che ancora oggi guida la scelta di stare accanto a chi è più solo e dimenticato.

Dopo cento anni, il contributo delle Suore delle Poverelle continua a essere un segno discreto ma essenziale di umanità dentro il carcere: una presenza che non risolve tutti i problemi, ma che offre ogni giorno ascolto, speranza e la possibilità di ricominciare.

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