Tiziano Marchesi
“Che sia innocente o colpevole, a me è affidato un uomo. In nome del Vangelo incontro una persona, al di là di come viene giudicata o descritta. In lui, forse il più indesiderato, sono chiamato ad ascoltare la sua richiesta d’aiuto e a camminare con lui, anche contro il pregiudizio.” Don Fausto Resmini
Queste parole mi accompagnano da quattro anni, ogni mercoledì, quando entro come volontario nel carcere di Bergamo.
Tutto è iniziato nell’aprile 2021, grazie al mio lavoro al Patronato INAS CISL, dove incontrai una volontaria con lunga esperienza in carcere. Portava richieste di aiuto dei detenuti, e io cercavo di dare risposta. Sapendo che stavo per andare in pensione, mi ha proposto di affiancarla: così è cominciato questo percorso.
In realtà, il carcere mi aveva sempre interrogato. Con mia moglie Maurizia, nella Fraternità Don Palazzolo, già dal 2018 prestavamo servizio alla mensa in stazione, dove abbiamo conosciuto don Fausto. Proprio allora emerse il bisogno di nuovi volontari e partecipai a un corso formativo nel 2019, proseguito poi online a causa della pandemia.
Entrai in carcere per la prima volta il 21 aprile 2021: l’impatto fu forte, tra porte che si chiudevano e senso di inquietudine. Ma l’incontro con i detenuti fu subito semplice: si rivolgevano a me per bisogni concreti.
Cerco sempre di vedere la persona, non il reato. Non mi interessa sapere cosa ha fatto: conta l’ascolto e la relazione. Col tempo nascono rapporti di fiducia e a volte qualcuno chiede di incontrarmi solo per parlare.
Posso dire che in carcere ho trovato molta umanità, riconoscenza e gratitudine. Quando percorro i corridoi, spesso vengo chiamato per nome e salutato con simpatia.
Naturalmente, non mancano i momenti di difficoltà. Non sempre è possibile rispondere alle richieste, e questo può generare tensione. Tuttavia, sono situazioni che, con pazienza, si riescono a superare.
E proprio la pazienza è ciò che sto imparando ad allenare ogni giorno: non solo nel rapporto con i detenuti, ma anche con gli agenti penitenziari, che svolgono un lavoro complesso e impegnativo. Con il tempo, conoscendoci, si è costruito un rapporto di fiducia e collaborazione, anche con chi inizialmente sembrava più distante.
Il volontariato è impegnativo: pratiche, documenti, famiglie spesso assenti. Si incontrano solitudine e fragilità, e sento forte l’invito di Papa Francesco a contrastare la cultura dello scarto. Ho ricevuto tanto bene e desidero condividerlo.
Concludo con un’altra frase di don Fausto: “I poveri e gli ultimi non sono un problema di ordine pubblico: riconoscerli è il primo passo per uscire dall’indifferenza.”


