CASA DIETRO LE SBARRE

Quando l’accoglienza diventa speranza

Elena Fabbris

Dal 13 al 30 agosto 2025 ho scelto di trascorrere le ferie lontano da Bergamo, dedicandomi ancora una volta al servizio volontario presso la Casa di accoglienza Don Graziano Muntoni di Sassari. Da otto anni questo luogo è per me più di una destinazione: è uno spazio di incontro, ascolto e vita condivisa. Ogni ritorno è occasione per lasciarmi interrogare, per accogliere volti e storie che mi ricordano cosa significa davvero abitare una casa.

Casa… circondariale

“Casa” è una parola che profuma di infanzia, di giochi e protezione. Bastava gridarla da bambini per sentirsi salvi. Ma cosa accade quando accanto a quella parola si aggiunge “circondariale”? Il termine evoca mura, giudizi, libertà sospese. Eppure, anche lì, la parola resiste: casa circondariale. Un paradosso che interroga e invita a guardare più a fondo. Durante la mia esperienza a Sassari, più volte mi sono trovata davanti all’ingresso del carcere di Bancali. Ogni volta i miei occhi si fermavano su quella scritta: CASA. E mi chiedevo cosa significhi davvero. Per alcuni è un abbraccio, per altri silenzio o assenza. Ma dovrebbe sempre rimandare a dignità e appartenenza. Nel carcere, invece, diventa luogo di pena e solitudine. Eppure, anche lì, la vita trova spiragli.

Volti e storie

C’è l’uomo malato che, in permesso presso la comunità, volle partecipare alla processione verso il Duomo, nonostante la fatica. C’è chi ho riaccompagnato in carcere dopo due giorni di cura. Prima di rientrare ci siamo fermati per un gelato – il primo dopo anni – gustato come fosse un tesoro. Mi disse che era detenuto dal 2012 e che forse non sarebbe più tornato in comunità. L’ospedale era la sua unica via d’uscita. Quando l’ho salutato, mi gridò: “Grazie per tutto.” Ho visto le lacrime sul suo volto, e il peso di quella “casa” che non libera. Alla Casa di accoglienza Don Graziano Muntoni, invece, si cerca ogni giorno di rendere concreto il senso di casa: rifugio, protezione, famiglia. Persone diverse per età e provenienza si impegnano a renderla viva e generativa. Ma non sempre il ritorno è scontato: qualcuno rientra dalla pena nella propria abitazione, altri devono ricominciare da zero perché una casa non ce l’hanno più, o non l’hanno mai avuta. Come Giancarlo, che scontava gli ultimi mesi della pena a casa sua: lo hanno trovato lì, solo, a 75 anni.

Una parola fragile e potente

“Casa” sembra una parola semplice, ma racchiude un mondo fragile e complesso. Eppure, anche nel luogo più duro, può sbocciare la speranza. Ogni casa, perfino quella circondariale, può diventare spazio di incontro e misericordia, se impariamo a guardare l’uomo prima del reato, la persona prima della pena. Così, la parola casa torna a significare vita. Come ricorda il Vangelo: “Ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,36). Non è solo un invito alla visita, ma alla vicinanza, alla dignità restituita.

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