Un dolore molto intenso e umano, quello di Amalia, una bambina rimasta orfana a undici anni. Maria Teresa Gabrieli – “la Madre” – offre a lei e alle altre orfane un amore generoso e libero, senza “risarcimenti”, un amore che fa crescere rendendo indipendente, con “affetto di predilezione per chi non ha nessuno”. E offre loro l’esempio di una vita radicata nel Signore e nella preghiera, con lo sguardo fisso su di Lui. Amalia Raffaelli, nacque a Udine il 17 dicembre 1888, fece i voti il 26 novembre 1915 prendendo il nome di suor Maria Imelda e morì a Bergamo il 27 dicembre 1938, a 50 anni. In occasione dell’arrivo della salma di Maria Teresa Gabrieli in Casa Madre a Bergamo il 15 marzo 1934, lesse un discorso che si trova nell’Archivio della Congregazione delle Suore delle Poverelle.
«Madre! Appena mi fu comunicata la consolante notizia che i tuoi resti mortali avrebbero fatto ritorno fra noi, mi sentii ricolma di una gioia immensa e pregustai subito quello che il mio cuore avrebbe provato in questo momento così felice.
A sette anni lasciai Udine, la mia città natale, perché orfana di padre e fui accolta nella tua Casa, dove mi sentii felice, restandovi per ben quattordici anni. Ero infatti circondata dall’affetto che la carità divina sa ispirare a coloro che, con piena abnegazione, si sacrificano per il bene dei propri fratelli per alleviarne i dolori.
A undici anni rimasi orfana anche della mamma… E in quel giorno, avuta la triste notizia, già intuita, non mi potevo dar pace. “La mamma! La mamma!” gridavo per i corridoi e piangevo inconsolabile. E tu allora, immedesimandoti nel mio dolore, il mio abbandono, mi conducesti nella tua celletta e passandomi un braccio sulla spalla e stringendomi al cuore mi hai detto: “Non piangere, Amalia, sarò io la tua mamma. Noi abbiamo un affetto di predilezione per chi non ha nessuno”. Io ti fissai in volto i miei occhi pieni di lacrime e mi sentii rassicurata dal tuo sguardo buono. Compresi che avevo trovato in te ciò che di più caro avevo perso, la nuova mamma. E sperimentai che era vero quanto mi avevi detto. Quanto interesse, quanta premura per il mio sviluppo spirituale e materiale.
Mi hai dato istruzione, educazione, tutto ciò che ti è stato possibile. E ciò che hai fatto a me, lo hai fatto per tutte le altre, anche per le più ingrate, che erano la spina più acuta nel tuo cuore materno e sensibile. Perché le orfane furono sempre la tua parte preferita.
E quando recitavo le mie preghiere accanto a te nella nostra chiesina, con tutta la mia irrequietezza, trattenevo persino il respiro. Tu tenevi fisso lo sguardo al tabernacolo e pregavi… come sanno pregare i santi, ed io sgranavo gli occhi su di te per imitare le tue mosse e quasi pretendevo di immedesimarmi nel tuo stesso fervore. Io credo di non aver mai pregato così bene.
Saranno state quelle preghiere innocenti unite alle tue così piene di amore di Dio a concedermi la vocazione religiosa?
E come si manifestava la bontà del tuo cuore quando ti venivano riferite le mie birichinate un po’ frequenti… Come sapevi distinguere bene ciò che proveniva da vivacità e spensieratezza giovanile da vera e propria cattiveria! … Che pazienza! Che compassione! Sì lo dichiaro, per me sei stata veramente la mia seconda mamma».


